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Una delle conseguenze del Coronavirus è l'aumento degli ipocondriaci. Sono tantissime infatti le persone che devono fare i conti con quella sensazione di essere vulnerabili, indifesi, esposti a un virus subdolo e incontrollato. Come gestire l'ipocondria lo ha spiegato a Fanpage.it lo psichiatra Massimo Di Giannantonio.Continua a leggere

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Se di solito vi affidate alla spiritualità e all’astrologia per guidare le vostre azioni nella vita, sicuramente vi piacerà la numerologia, lo studio delle relazioni mistiche fra numeri e lettere. Come per la maggior parte delle arti divinatorie, la numerologia è uno strumento che aiuta a comprendere meglio noi stessi e gli altri, e il modo in cui ci relazioniamo con il mondo in generale. Inoltre può rivelare i nostri veri desideri e quello di cui abbiamo bisogno per realizzarli, ed è anche uno strumento straordinario per capire il nostro karma e quello che ci portiamo dietro da una relazione all’altra. 

Le origini della numerologia risalgono a un periodo fra il 569 e il 470 dC. Il filosofo greco Pitagora studiava la metafisica dei numeri e credeva che ogni numero potesse essere ridotto a un numero a una sola cifra compreso fra 1 e 9. E credeva che comprendendo il significato della singola cifra possiamo capire le vibrazioni spirituali e magiche di noi stessi. 

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La Cabala, l’insieme degli insegnamenti esoterici propri dell’ebraismo rabbinico, utilizza le 22 lettere dell’alfabeto ebraico per cercare il significato numerologico di un nome. Ogni lettera corrisponde a un numero, e i numeri vengono addizionati. Una tecnica che veniva utilizzata in origine dai filosofi cabalisti per nascondere i testi della Cabala ai non credenti. Con il passare del tempo è stata poi usata per cercare il proprio percorso di vita a partire dal proprio nome. 

Nell’antica Babilonia, il metodo Caldeo era incentrato sulle vibrazioni dei numeri compresi fra l’1 e l’8. Il numero 9 per i Caldei era sacro e rappresentava tutto quello che si può desiderare al mondo e la connessione con il divino. Secondo questa tecnica magica si parte dalla data di nascita e dai numeri che corrispondono alle lettere del nostro nome per scoprire il nostro destino.

La numerologia è stata portata nel mondo moderno da L. Dow Balliett, un’influente spiritualista dei primi del Novecento, autrice di svariati libri sull’argomento. Una sua studentessa, la dottoressa Juno Jordan, è invece quella che ha fatto scoprire al mondo il metodo dei numeri a una cifra che utilizziamo oggi.

Scoprite il vostro numero e cosa significa La vostra data di nascita

Partite dalla vostra data di nascita per scoprire il numero della nascita: se siete nati, ad esempio, il 5 del mese, il vostro numero della nascita è il 5. Se siete nati il 28 (un numero a due cifre), le due cifre vanno sommate fra loro (2 + 8 = 10) per trovare il vostro numero della nascita. Per calcolare il numero magico della nascita si considera solo il giorno in cui siete nati, non il mese o l’anno.

Il numero della vita

Questo numero indica il percorso della vostra esistenza in questa vita. Vi mostra la vostra vera natura, la vostra unicità come persona, e il karma su cui dovrete lavorare. Per calcolare il numero del percorso di vita, dovrete sommare il giorno, il mese e l’anno di nascita.

Per esempio, se siete nati il 27 ottobre 1990 dovrete sommare i numeri del giorno di nascita, così: 2 + 7 = 9. Poi aggiungete il numero del mese, in questo caso è un numero a due cifre, il 10 (ovvero ottobre). Fate così: 1 + 0 = 1. Infine aggiungete le cifre che compongono l’anno di nascita 1990: 1 + 9 + 9 + 0 = 19. Quest’ultimo è un numero a due cifre, quindi lo riduciamo ulteriormente: 1 + 9 = 10. E poi ancora: sommiamo 1 + 0 per ottenere il numero a una cifra, cioè 1. 

E adesso sommiamo tutti i numeri così ottenuti : 9 (giorno di nascita) + 1 (mese di nascita) + 1 (anno di nascita) = 11. Riduciamo ancora: 1 + 1 = 2. Il numero che definisce il percorso della vostra esistenza è, quindi, il numero 2 , e avete quindi la personalità del ‘costruttore’ e di chi si manifesta.

Il numero del destino 

Il numero del destino rivela le vostre aspirazioni, i desideri del cuore e quello a cui le vostre varie anime anelano per questa vita. Per trovare il numero del destino si usa la stessa tecnica matematica che si utilizza per il numero del percorso di vita, ma in questo caso si usano il nome e il cognome, e a ogni lettera corrisponde a un numero. 

Usare il numero 1 per le lettere A, J, S.

Usare il numero 2 per le lettere B, K, T.

Usare il numero 3 per le lettere C, L, U,

Usare il numero 4 per le lettere D, M, V.

Usare il numero 5 per le lettere E, N, W.

Usare il numero 6 per le lettere F, O, X,

Usare il numero 7 per le lettere G, P, Y.

Usare il numero 8 per le lettere H, Q, Z.

Usare il numero 9 per le lettere I, R.

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Il significato dei numeri in numerologia

I significati dei numeri sono uno strumento che potete usare per capire il significato dei vostri numeri, ma anche per interpretare i numeri che può capitare di vedere intorno a voi e i vostri numeri portafortuna personali. 

  1. Il numero 1 rappresenta una personalità indipendente, autosufficiente, determinata e vivace. Una persona dall’aura luminosa. 
  2. Il numero 2 rappresenta una personalità dolce e paziente, che prende le decisioni con calma e focalizza la propria energia sull’accrescimento della sicurezza di sé.
  3. Il numero 3 rappresenta una persona molto socievole, piuttosto comunicativa e studiosa. Può avere un rapporto molto stretto con i fratelli e con la comunità in cui vive.
  4. Il numero 4 rappresenta una persona rigida, strutturata e ligia alle regole che nelle norme sociali trova conforto e motivo di orgoglio.
  5. Il numero 5 rappresenta una personalità a cui piace molto divertirsi, uno spirito libero che ama correre dei rischi, ma che non è molto affidabile nelle attività concrete. 
  6. Il numero 6 rappresenta il bisogno di leadership e di autorità in tutte le relazioni e in tutti i campi dell’esistenza. A questo numero viene associata un’energia che è propria del leader.
  7. Il numero 7 rappresenta la spiritualità e l’intuizione. Questi numeri hanno la tendenza a investire molte energie nelle collaborazioni di tipo psichico, sensitivo e spirituale.
  8. Il numero 8 rappresenta l’affinità con le cose materiali, con il potere, con il successo. Ha un desiderio innato di governare il mondo. 
  9. Il numero 9 rappresenta il senso della fine. Ci fa capire che restare legati al passato ci blocca, e che è necessario e fondamentale evolvere. 
I numeri maestri
  • Solo i numeri 11, 22 e 33 sono considerati numeri maestri, nel senso che le cifre che li compongono non vanno addizionati fra loro. Ecco cosa significano:
  • Il numero 11 rappresenta una personalità carismatica ed estremamente intuitiva che usa i propri poteri per aiutare e guarire chi cerca l’illuminazione. 
  • Il numero 22 rappresenta un sognatore che può applicare alla realtà i suoi obbiettivi e sogni. Il numero 22 viene spesso chiamato il ‘maestro costruttore’. 
  • Il numero 33 rappresenta una personalità filantropica molto spirituale che vuole aiutare gli altri ad evolvere e mette il prossimo prima di sé stesso. 
Come può aiutarci la numerologia a capire la nostra vita precedente ? 

La tecnica usata per calcolare il numero del percorso della vita può essere utilizzata anche per scoprire il numero del vostro karma per capire cosa potete imparare dalle vostre vite precedenti. 

Ecco cosa indicano questi numeri in relazione alle vostre vite passate: 

  • Il numero 1 rappresenta qualcuno che in passato ha sacrificato una parte di sé. 
  • Il numero 2 definisce una a personalità che ha bisogno di rinunciare al materialismo. 
  • Il numero 3 mostra una personalità che non è riuscita ad esprimersi nel passato e che quindi ha delle emozioni represse in questa vita.
  • Il numero 4 può definire qualcuno che nella vita passata è stato abbandonato dalla famiglia e che in questa si sente spesso poco aiutato. 
  • Il numero 5 mostra una persona egoista che sta imparando a essere più generosa. 
  • Il numero 6 deve lavorare sull’accettazione di sé in questa vita per poter essere felice.
  • Il numero 7 definisce qualcuno che in passato era molto competitivo e che sta imparando a lavorare con gli altri con compassione e senso di collaborazione. 
  • Il numero 8 indica una persona che nella vita passata viveva fuori dalla realtà. Oggi è obbligata ad affrontare la dura realtà dell’esistenza. 
  • Il numero 9 è qualcuno che aveva legami negativi e che oggi va in cerca della positività. 
  • Il numero 11 una persona che non ha mai fatto un atto di fede. Di conseguenza in questa vita è costretta a correre dei rischi. 
  • Il numero 22 deve stare al centro dell’attenzione e far vedere al mondo le proprie capacità. E deve smetterla di nascondere i propri talenti. 
  • Il numero 33 dà la capacità di prendere le decisioni giuste. La mente è forte, perché le energie della vita passata lo avevano reso un debole.


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Mercedes-Benz Fashion Week (MBFW) di Berlino si è aperta con una live art performance di Tom Van der Borght, il giovane stilista belga e vincitore del celebre festival internazionale di moda, fotografia e accessori di moda di Hyères. A causa della pandemia, MBFW Berlin viene trasmessa per la prima volta in formato digitale da “Kraftwerk” l'ex impianto di riscaldamento di Berlino-Mitte.  

Collezione di Tom Van Der Borght, vincitore Festival International Mode Accessoires Photographie Hyères, 16 Ottobre 2020
Hyères 2020: il vincitore Tom Van Der Borght parla delle sue creazioni upcycled
Dopo la sua vittoria al Festival di Hyères di quest’anno, abbiamo parlato con il designer belga delle sue creazioni scultoree realizzate con avanzi di corde, tubi in plastica e pelliccia vegetale 

T.VDB, label dell’artista multidisciplinare belga Tom Van der Borght è caratterizzata da esperienze di moda, elaborate e stratificate, che conferiscono un messaggio positivo. La sua collezione “High-Tech Bricolage” combina l'alta moda con l'avanguardia, celebrando l'anticonformismo e incoraggiando la diversità. Per questa collezione upcycled Tom è stato premiato con il Grand Prix du Jury Prèmier Vision al 35° Festival internazionale di moda, fotografia e accessori di moda di Hyères.

Con una live catwalk performance al “Kraftwerk” di Berlino, nell'ambito del programma Mercedes-Benz Fashion Talents, ha presentato un totale di 21 look, di cui 14 look nuovi e 7 ridisegnati della sua collezione di Hyéres. La performance è stata creata in collaborazione con Blanca Li, la famosa ballerina, coreografa e regista franco-spagnola, e sviluppa il tema del supporto reciproco all'interno della comunità, soprattutto in tempi di isolamento determinato dalla pandemia. I modelli sfilano in passerella come in una processione durante la quale incontrano un gruppo di performer dalle forme diverse: da lavoratori con il volto dello stilista a figure equine muscolose e dall'aspetto fiabesco. 

“La Mercedes-Benz Fashion Week di Berlino rappresenta sempre la tappa successiva per i vincitori del Festival di Hyères. Sono molto entusiasta e contento di esserci e di presentare al pubblico la mia collezione ampliata. Soprattutto di questi tempi, credo sia importante trasmettere una visione artistica di speranza e anticonformismo. Per me le limitazioni rappresentano sempre la migliore fonte di ispirazione creativa. Per questo ritengo che una performance in forma digitale sia un'ottima occasione per mostrare la moda in un altro contesto. Mi piace molto l'idea che, grazie al live streaming, lo show sia visibile da tutti e non solo dagli ospiti invitati, come accadrebbe in circostanze normali. Credo nella mia visione progressista e che passi il mio messaggio di speranza e di amore verso se stessi”, ha affermato Tom Van der Borght in occasione dello show di apertura della MBFW di Berlino.

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Behind the scenes Mercedes-Benz presents Tom Van der Borght at MBFW
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Gli shoe designer più celebri di sempre hanno realizzato oggetti del desiderio senza tempo

Creatori di sogni più che di semplici accessori, i grandi designer di calzature hanno arricchito il nostro immaginario di bijoux da passeggiata, con un filo di tacco e una punta sottile su cui si articolano le fantasie più sfrenate. Responsabili della magnetica fascinazione che ci attrae inesorabilmente verso lo stivale da cavallerizza tanto quanto nella dimensione a suola piatta delle ballerine, i celebri calzolai della storia raccolgono l'eredità favolistica di Charles Perrault e Madame D'Aulnoy, che nella scarpa infondono il potere fatale di cambiare il destino, tramutandosi in ciabattini dai mille segreti che in tomaie di velluto o in toile de Jouy infondono l'arcano codice della felicità. 

Catherine Deneuve sul set di Bella di Giorno con scarpe Roger Vivier, 1967.Belle du jour
Catherine Deneuve sul set di Bella di Giorno con scarpe Roger Vivier, 1967.
Courtesy Roger Vivier/Rue des Archives

Che la scarpa sia l'elemento più antico dell'archeologia della moda è sintomatico della sua importanza nel guardaroba contemporaneo. La necessità di proteggere il piede si è tramutata in un'arte a se stante. Lo sapeva François Pinet quando nel XIX secolo ha realizzato il primo stivaletto da promenade con ricami floreali, conferendo al vagare senza meta delle dame europee il valore aggiunto di sfilare e mettere in mostra l'unicità dei propri gusti. Lo sapeva Roger Vivier, quando ha instillato vita alla babbuccia in raso rosa di un dipinto di Fragonard, in volo da un'altalena settecentesca verso i piedi della nuova eleganza charmant del Novecento. Iniziamo dunque il nostro viaggio tra gli shoe maker, artefici di molte felicità.

Courtesy Roger VivierFrançois Pinet

A posare la prima pietra dell'impero calzaturiero è François Pinet. Artigiano nella lavorazione ma couturier nell'approccio decorativo, Pinet apre a Parigi la sua prima boutique di calzature nel 1854. Specializzato nella produzione di modelli in cuoio, Pinet si distacca ben presto dalle tecniche manifatturiere apprese dal padre calzolaio in favore di una sperimentazione stilistica. 

Stivali in seta, pelle di camoscio, tela di lino e pelle di capretto, 1885.M.58.4a-b
Stivali in seta, pelle di camoscio, tela di lino e pelle di capretto, 1885.
LACMA - The Los Angeles County Musem of Art

Ne risultano modelli in tessuti preziosi, dal broccato al velluto, con un intrico di motivi floreali che ben si inseriscono nella passione romantica del periodo per il foliage e i suoi arzigogoli variopinti. A passare alla storia è in particolare l'ankle boot Promenade, uno stivale alla caviglia declinato sia in versione da giorno che da sera.

Instagram @francoispinetofficiel

Incastonati di pietre dure, sequin o caratterizzati da un décor naturalistico con bouquet multicolore o motivo rocaille, i Promenade e la loro silhouette con tacco curvo definiscono l'epoca delle crinoline e il suo sovrabbondare di dettagli, rendendo raffinato e mai banale anche l'antesignano della scarpa casual. Maestro e mentore di una nuova generazione di creativi, Pinet passa il testimone al suo allievo e apprendista più talentuoso: Roger Vivier

Instagram @francoispinetofficielRoger Vivier

Roger Vivier è stato definito da molti lusinghieri epiteti, tra cui si ricordano “il Fragonard delle scarpe” o ancora “il Fabergé delle calzature”. Nomi più che meritati data la precisione con cui lo shoe designer realizzava le sue opere, miniature di mondi perfetti nella forma e nel colore dominati dall'equilibrio. 

Roger Vivier mentre realizza le calzature create per la regina Elisabetta II in occasione della sua incoronazione, 1953.Fit for a Coronation
Roger Vivier mentre realizza le calzature create per la regina Elisabetta II in occasione della sua incoronazione, 1953.
Getty Images

La prima boutique apre a Parigi, a Rue Royal, nel 1937, un indirizzo che ne presagisce il futuro successo presso le restanti corti dell'Europa del tempo. Concentrandosi sulla struttura del tacco, Vivier lo rende parte integrante della calzatura, uniformandone i contorni a quelli della tomaia così da risultare in un continuum lineare di curve, morbide o rette. Dal suo ingegno nascono il tacco Aiguille, tipico stiletto dritto e sottile, o il Virgule, la cui irriverenza accentata ricorda le direzioni sbieche della punteggiatura. 

Uno stivaletto da sera realizzato da Roger Vivier per Dior.Evening boot designed by Roger Vivier fo
Uno stivaletto da sera realizzato da Roger Vivier per Dior.
Getty ImagesSophia Loren all'aeroporto di Londra con scarpe Roger Vivier, 1966.Sophia Loren
Sophia Loren all'aeroporto di Londra con scarpe Roger Vivier, 1966.
Courtesy Roger Vivier

Collaboratore ufficiale della maison Dior, Vivier è l'unico designer francese a partecipare con un accessorio su misura all'incoronazione della regina Elisabetta II il 2 giugno 1953, creando un modello in color oro con tacco gioiello incastonato di pietre preziose, oggi reinterpretato dal direttore creativo del brand Gherardo Felloni. Mente dietro le scarpe Boule di Marlene Dietrich e le ballerine di Catherine Deneuve in Bella di Giorno di Luis Buñuel (1967), Roger Vivier è oggi associato a una deliziosa frivolezza di piume e cristalli, di rosa candito e tonalità pastello, un microcosmo in tacchi bassi tra slipper e cuissard. 

Bozzetto delle scarpe della regina Elisabetta II.
Bozzetto delle scarpe della regina Elisabetta II.
Courtesy Roger VivierSalvatore Ferragamo

Un grande amore è quello che unisce Salvatore Ferragamo al mondo delle calzature, di cui il designer conosce ogni aspetto del processo di creazione, dal bozzetto alla conciatura della pelle. Dopo un'avventura californiana come riparatore di suole tra i vigneti di Napa Valley e le strade invase da celebrità di Hollywood, Ferragamo avvia la sua attività a Firenze nel 1927, mantenendo però la sua prestigiosa clientela americana. 

Salvatore FerragamoShoe Designer Salvatore Ferragamo
Salvatore Ferragamo
Getty Images

Ava Gardner, Marilyn Monroe, Katharine Hepburn prestano il piede a calchi di legno ancora conservati negli archivi del brand, impronta tanto significativa quanto quella delle mani sulla Walk of Fame. Un'attrice in particolare lega il suo nome a quello della maison, divenendo musa di uno degli accessori più famosi della storia: i sandali Rainbow creati nel 1938 per Judy Garland, contraddistinti dalla suola stratificata nei colori dell'arcobaleno. 

Calchi in legno Ferragamo per Mary Pickford, Ava Gardner, Marlene Dietrich, la Duchessa di Windsor, Katharine Hepburn, Rita Hayworth, Bette Davis, Audrey Hepburn e Ingrid Bergman.England RF: Windsor-Misc. [Duchess];Bette Davis [Misc.];Ingrid Bergman [Misc.];Salvatore Ferragamo [Misc.];England RF: Windsor-Misc. [Duchess];Rita Hayworth [Misc.];Audrey Hepburn [Misc.];Mary Pickford [Misc.]
Calchi in legno Ferragamo per Mary Pickford, Ava Gardner, Marlene Dietrich, la Duchessa di Windsor, Katharine Hepburn, Rita Hayworth, Bette Davis, Audrey Hepburn e Ingrid Bergman.
Getty ImagesMarilyn Monroe indossa un paio di scarpe realizzate su misura da Ferragamo.
Marilyn Monroe indossa un paio di scarpe realizzate su misura da Ferragamo.
Courtesy Museo Ferragamo

Sinonimo di una sapienza tradizionale che scolpisce la calzatura in ogni suo elemento, la maison Ferragamo è l'orgoglio di un savoir faire tutto italiano tramandato per anni dai mastri calzolai, testimonianza più che illustre di come l'artigianalità, terrena e manuale, possa conquistare anche le stelle.

I sandali Rainbow creati per Judy Garland
I sandali Rainbow creati per Judy Garland
Instagram @ferragamoSergio Rossi

Altro importante nome della calzoleria italiana, Sergio Rossi è padre di un'estetica moderna e aggressiva che plasma lo stile della donna del nuovo millennio. 

Un paio di mocassini con platform firmati Sergio Rossi.Vogue 1972
Un paio di mocassini con platform firmati Sergio Rossi.
Getty Images

Nata in Romagna, a San Mauro Pascoli, nel 1951, la maison Sergio Rossi si distingue per un approccio geometrico e rigoroso alla forma: le scarpe del marchio sono architetture che parlano alternativamente di minimalismo ed essenzialità, con qualche concessione a un futurismo rigido e ben definito. 

Instagram @sergiorossiInstagram @sergiorossi

In colori saturi e brillanti, le scarpe Sergio Rossi si distinguono per la semplicità rigorosa e incredibilmente ricercata. C'è il modello Opanca, un sandalo la cui suola segue alla perfezione la curva del piede, la pump Godiva, la cui versatilità è pensata per una femminilità dinamica che vive la giornata 24h su 24, dal lavoro a una sera frizzante, finendo con le eleganti Madame con tacco stiletto.

Instagram @sergiorossiManolo Blahnik

“L'uomo che realizza calzature per le lucertole”. Così è definito Manolo Blahnik nel titolo del documentario lui dedicato da Michael Roberts nel 2011. Una scelta di associazioni non convenzionale ma che ben si sposa con l'avanguardismo intransigente del designer, che crea scarpe così accuratamente elaborate da sembrare gioielli in miniatura calzabili dalle più chimeriche creature. 

Manolo BlahnikManolo Blahnik [Misc.];Manolo Blahnik
Manolo Blahnik
Getty Images

Estro e indipendenza creativa si fondono nell'arte di Blahnik, scoperto negli anni 70 da Diana Vreeland durante il suo periodo londinese nella boutique Zapata. Fondando il brand omonimo nel 1973, Manolo anima la scena fashion della Londra hippie e in fermento idealistico, calzandosi ai piedi di Twiggy e Anjelica Huston

Instagram @manoloblahnikInstagram @manoloblahnik

Sono però due donne in particolare a eleggerlo a calzolaio delle meraviglie. La prima è una newyorchese d'adozione, la Carrie Bradshaw di Sex and the City, interpretata da Sarah Jessica Parker, per cui il modello Hangisi diventa un tratto distintivo nonché inconsueto anello di fidanzamento. La seconda è nientemeno che una regina, Maria Antonietta di Francia, che nel biopic di Sofia Coppola del 2006 indossa creazioni Blahnik su misura.

Instagram @manoloblahnikChristian Louboutin 

Basta una suola rossa per scatenare una palpitazione improvvisa e un impeto di desiderio irrefrenabile. Christian Louboutin sfrutta il simbolismo cromatico del colore legato alla passione per siglare tutte le sue creazioni, rendendole inconfondibili e immediatamente riconoscibili. 

Christian Louboutin alla mostra lui dedicata dal Design Museum di Londra nel 2012.Christian Louboutin Celebrates 20 Years - Exhibition Preview
Christian Louboutin alla mostra lui dedicata dal Design Museum di Londra nel 2012.
Getty Images

Il brand, nato nel 1992, cattura sin dagli esordi l'attenzione del jet set internazionale, che tramuta la scarpa Louboutin in uno status symbol. Estetica parigina mista a una spregiudicatezza Made in USA, la maison Louboutin è un intrico di tacchi alti, mix di materiali ed eccesso, una formula vincente che lo rende oggi fra i brand leader nel settore delle calzature. 

Instagram @louboutinworldInstagram @louboutinworld

Vedere per credere: secondo le statistiche, Louboutin vende oltre un milione di paia ogni anno

Instagram @louboutinworldJimmy Choo

Prima di Jimmy Choo, le star di Hollywood indossavano quasi solo kitten heels per stare comode e non incorrere in goffaggini varie causate da tacchi troppo alti. Ci pensa il designer ad abbattere il tabù dei 10 cm di altezza, realizzando calzature estremamente comode e morbide per camminare in totale fluidità. 

Jimmy Choo nel suo studio a Londra.Jimmy Choo Shoe Designer
Jimmy Choo nel suo studio a Londra.
Getty Images

Fondato a Londra agli inizi degli anni 90, il marchio Jimmy Choo si fa notare a livello globale per l'estremo glamour dei suoi modelli, che uniscono una rinnovata sensualità con l'esperta lavorazione italiana. Unico è il design della tomaia, pensato nello specifico per rendere la gamba più lunga e slanciata, combinando un insieme di linee e spessori che assottigliano polpacci e caviglia. 

Lady Diana durante la performance de “Il Lago dei Cigni” alla Royal Albert Hall in abito Jacques Azagury  e scarpe Jimmy Choo.Diana Lady Harlech Ballet
Lady Diana durante la performance de “Il Lago dei Cigni” alla Royal Albert Hall in abito Jacques Azagury  e scarpe Jimmy Choo.
Getty ImagesDiana si reca a una cena di gala a Chicago con un abito su misura creato da Gianni Versace e scarpe Jimmy Choo.Diana Chicago Versace
Diana si reca a una cena di gala a Chicago con un abito su misura creato da Gianni Versace e scarpe Jimmy Choo.
Getty Images

Come ogni icona fashion, anche Jimmy Choo ha la sua cliente d'eccezione, il personaggio che ne ha determinato il successo internazionale. Di chi si tratta? Niente meno che di Lady Diana

Un paio di scarpe Jimmy Choo appartenuto a Lady Diana.Jimmuy Jimmy Choo Shoes
Un paio di scarpe Jimmy Choo appartenuto a Lady Diana.
Getty Images


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Nuova puntata del tour tra gli articoli “alpini” apparsi su Casa Vogue. Questa volta lasciamo l'Europa per volare letteralmente dall’altra parte del mondo, sulla Cordigliera andina, dove tutto ha dimensioni gigantesche, ancor più se confrontate con quelle delle nostre valli. Non a caso i leggendari Patagones erano una favolosa quanto inesistente stirpe di giganti. Finiamo così nella San Carlos de Bariloche degli anni Trenta e Quaranta che si stava preparando a diventare il centro del turismo montano per le élite argentine e non solo, complice anche una natura, panorami, vette, boschi e laghi dai caratteri assolutamente alpini – un ottimo richiamo per gli emigrati mitteleuropei (e bellunesi) che vi stavano facendo fortuna. Fra i tanti, c’era anche un francese, Jean-Michel Frank, in fuga dalla guerra e dalle persecuzioni. Una storia tormentata la sua, come leggerete, che fa un singolare contrasto con la bellezza del luogo dove tuttora sorge l'hotel di cui realizzò gli interni: una collina verde che guarda una infilata di laghi. Come dire, un panorama e rappacificante che fa credere che nulla possa andare male. L'articolo venne pubblicato su Casa Vogue nel dicembre 2002. (Paolo Lavezzari)

 Quando nel 1934 l’architetto argentino Alejandro Bustillo (1889-1982) vinse il concorso per la realizzazione dell’unico grand hotel del cono sud (Cile, Argentina e Uruguay) in mezzo alla Cordigliera delle Ande, la piccola città di Bariloche – “La ciudad de los Cesares” dove si arenavano i sogni dei visionari e precursori che avevano tentato la conquista della Patagonia – si profilava come l’enclave e insieme la mecca dell’alta borghesia e dell’aristocrazia argentina. Il suo sviluppo progrediva incessante grazie alla grinta e all’entusiasmo degli immigrati del nord e del centro Europa, che avevano lasciato i propri paesi per ritrovarsi fra le cime innevate e i laghi di questo remoto angolo di mondo. Animati dallo stesso spirito romantico degli artefici del parco di Yellowstone fondato nel 1872, gli argentini creavano le proprie leggi e i propri parchi nazionali per salvaguardare quelle terre appena esplorate. 

Il Llao Llao: nel progettarlo, Bustillo si ispirò all’Old Faithfull Inn, la prima locanda costruita nel Parco nazionale del Wyoming.  Foto courtesy Archivio Asociacion Civil Arca/Gomez.
Il Llao Llao: nel progettarlo, Bustillo si ispirò all’Old Faithfull Inn, la prima locanda costruita nel Parco nazionale del Wyoming.  Foto courtesy Archivio Asociacion Civil Arca/Gomez.

Un grande rifugio di montagna di 1750 metri quadrati, con cento stanze, uno stile rustico ed essenziale, una pianta a U e due ali identiche attorno a uno spazio centrale disposto sul terreno, sembrava coronare tutti i loro sogni. E ancora oggi domina lo scenario, appena fuori il disordinato sviluppo della cittadina. La grande struttura di pietra e legno con il tetto in tasselli di larice come ancora si usa per tutte le costruzioni del Cile meridionale, perfettamente mimetizzata con la montagna, fu costruita da migliaia di operai che lavorarono incessantemente per mesi. Internamente, l’hotel di Bariloche venne pensato come una grande “estancia”, un luogo cioè dove ricevere amici, diviso tra enormi ambienti comuni e piccole stanze con uno stile molto rustico. 

Foto courtesy Archivio Asociacion Civil Arca/Gomez.
Foto courtesy Archivio Asociacion Civil Arca/Gomez.

Ogni camera venne concepita come un minuscolo rifugio in mezzo alla natura, e fornita soltanto del minimo indispensabile. Per non interrompere l’imponente vista sul lago Nahuel Huapi che si godeva dalla sala da pranzo a doppia altezza con tanto di palco per l’orchestra, Bustillo fece in modo che la collina attorno all’hotel venisse abbassata di un metro. In breve tempo, il grande sogno sudamericano venne completato. Nel frattempo, in Europa scoppiava la guerra, e un ometto dalla pelle olivastra, perseguitato come ebreo e omosessuale, inquieto e affabile giungeva a Buenos Aires per sfuggire alla furia nazista, e per andare a vivere in totale anonimato in un appartamento riservato agli impiegati della fabbrica Comte, un’azienda che negli anni Trenta assumeva disegnatori locali ed europei per realizzare mobili e oggetti d’arredamento moderni legati all’industria argentina del legno. Il personaggio in questione era Jean-Michel Frank (1894-1941), che per vent’anni aveva svolto un ruolo straordinario nel fissare i gusti dell’epoca e interpretato come nessun altro le aspirazioni ideali ed estetiche della generazione che si era venuta imponendo dopo il primo conflitto mondiale. Amico dei surrealisti, di Salvador Dalí – autore del divano di raso dorato con la forma della bocca di Mae West, che realizzò con lui per la sala della musica del Barone di L’Epee – ma anche di Picasso, Giacometti e tanti altri, Frank aveva preso parte a tutti i movimenti d’avanguardia e applicava l’ascetismo e il rigore in ambito mondano, accostandoli al lusso e agli oggetti preziosi. Insieme ad Adolphe Chanaux, suo socio, elogiava la semplicità delle forme che compensava con la qualità dei materiali, sempre assolutamente preziosi, come la vacchetta cucita a mano, la pergamena, la paglia. I suoi disegni, esposti nel negozio in rue de la Boetie, finivano appesi nelle case degli aristocratici o degli artisti che iniziavano a voltare le spalle a un passato e a un’epoca ricca, densa e ormai quasi fuori moda. Le donne che vestivano Chanel e si accorciavano le gonne si identificavano con lo stile di Jean-Michel, che, nonostante il destino tragico, era riuscito a conquistare Parigi e il mondo con il suo fascino e la sua genialità. Finché la guerra, ed è storia comune a molti, pose fine alle sue attività in Europa. A partire da quel momento ha inizio il periodo meno noto e più controverso della sua carriera. Mentre l’arredatore avviava una collaborazione con la Comte, fu proprio a questa che l’Hotel Llao Llao, appena inaugurato, chiese di occuparsi dell’arredamento. Venne proposta una linea di mobili rustici, solidi e ben disegnati, privi di inutili orpelli. 

La sala da pranzo dei bambini con tavole e sedie di legno di faggio bianco. Foto courtesy Archivio Asociacion Civil Arca/Gomez.
La sala da pranzo dei bambini con tavole e sedie di legno di faggio bianco. Foto courtesy Archivio Asociacion Civil Arca/Gomez.

Fu a questo punto che intervenne Frank, il quale contribuì con le sue idee in termini di design e costruzione, riproducendo alcuni dei suoi modelli con l’impiego di materiali del posto e il lavoro di artigiani argentini. In pratica non fece altro che modernizzare e semplificare i progetti classici francesi e inglesi per adattarli al gusto della società locale. Fedele al suo rigore formale e alla ricercatezza dei finissaggi, Frank trovò nei nuovi materiali che ebbe a disposizione in Argentina una profonda ispirazione, stimolata per di più dalla conoscenza della cultura contadina e dei gauchos alla quale venne introdotto da Bustillo, che ne era un raffinato conoscitore. Ciò che ne sortì fu un arredamento in cui la semplicità della tradizione popolare assurgeva alla purezza della classicità senza tempo. Ecco dunque, nei bow-windows, le classiche panchette di Frank con le gambe incrociate, ma tappezzate con cuoio crudo, materiale tipicamente gaucho che Frank utilizzò anche per le strutture dei letti di faggio e come elemento di tensione delle sedute. 

Le panchette a gambe incrociate, un classico di Frank. Foto courtesy Archivio Asociacion Civil Arca/Gomez.
Le panchette a gambe incrociate, un classico di Frank. Foto courtesy Archivio Asociacion Civil Arca/Gomez.

E se da un lato gli ampi divani, le poltrone “elefante” nel living e le panchette matelassées sono un altro marchio di fabbrica di Frank, le loro rifiniture con fasce di ferro e ancora cuoio rimandano immediatamente alle bardature e alle staffe dei cavalieri della pampa. Si rifiutò tuttavia sempre di firmare i suoi lavori, stando almeno alle parole della signora Arauz, titolare della Comte (che oggi non esiste più) e famosa disegnatrice di interni, quasi a voler dissipare qualsiasi dubbio sul lavoro svolto in Argentina. Alcuni anni più tardi, quando gli studiosi e i conoscitori di Frank scoprirono quella che fino ad allora era stata una collaborazione segreta con l’architetto Bustillo per la realizzazione dei mobili dell’Hotel Llao Llao, ebbero inizio le ricerche, che suscitarono non poche polemiche e discussioni. Diversi viaggi a Bariloche e complicati studi permisero agli esperti di rintracciare alcuni dei pochi mobili sopravvissuti all’incendio che aveva distrutto l’hotel poco dopo la sua inaugurazione (fu subito ricostruito, anche se con alcune differenze). Parte degli arredi vennero ritrovati nella povertà delle case degli ex dipendenti dell’albergo, e si giunse alla conclusione che gli argentini non erano allineati al gusto e alla fama di Frank.

I disegni dei mobili si ispiravano agli arredi di campagna del primo Ottocento. Foto courtesy Archivio Asociacion Civil Arca/Gomez.
I disegni dei mobili si ispiravano agli arredi di campagna del primo Ottocento. Foto courtesy Archivio Asociacion Civil Arca/Gomez.

Dopo la breve avventura in Argentina, dove i suoi mobili non riuscirono mai ad attirare l’attenzione del pubblico – a eccezione di pochissimi, fra cui l’imprenditore Born che, già prima che arrivasse in Argentina, gli aveva commissionato l’intero arredamento della casa, situata in un quartiere residenziale appena fuori Buenos Aires – e da dove fuggì all’improvviso, Frank lavorò per qualche tempo a Manhattan, fino a quando si tolse la vita, nel 1941, a 46 anni. Delle sue opere rimane ben poco, anche se le sue idee risultano moderne oggi come allora. Forse sono proprio le parole pronunciate da Cecil Beaton nel 1954, a descrivere nel modo migliore il suo lavoro: «Se Frank fosse vivo, sarebbe ancora l’architetto per interni del futuro... e sicuramente sarebbe stato lui ad arredare la sede delle Nazioni Unite».

Foto courtesy Archivio Asociacion Civil Arca/Gomez.
Foto courtesy Archivio Asociacion Civil Arca/Gomez.


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Nonostante i paesaggi innevati, crop top e bikini non sono lontani. Qui, tutti gli esercizi da fare per una pancia piatta e addominali (realistici e in tutta sicurezza).

PARIS, FRANCE - FEBRUARY 25: Alexandra Lapp is seen walking around Paris with French Baguette wearing Jeans Jane Flare from Celine, double breasted trench coat from Valentino, Bottega Veneta Padded Cassette leather bag in light blue - all from Breuninger during Paris Fashion Week - Womenswear Fall/Winter 2020/2021 : Day Two on February 25, 2020 in Paris, France. (Photo by Christian Vierig/Getty Images)
Health Focus
Dieta detox: tutti i falsi miti da sfatare 
Il grande classico del periodo post natalizio è un regime alimentare fatto di limitazioni. O forse no?

Partiamo dalle buone notizie: “Andando a trattare l’argomento, bisogna partire dal presupposto che gli addominali, anche se non allenati in maniera specifica vengono infatti comunque sollecitati durante tutti i tipi di movimenti: sia durante esercizi specifici come lo squat sia durante i normali movimenti che compiamo quotidianamente, come potrebbe essere chiudere la portiera di una macchina. L’addome viene dunque stimolato costantemente durante gli allenamenti (interviene come stabilizzatore) e questo dà al muscolo un naturale vantaggio in termini di tono rispetto ad altri gruppi che invece devono essere allenati in maniera specifica”, ci spiega Mauro Santambrogio, personal trainer ed ex atleta di ciclismo professionista.

“I muscoli addominali sono da sempre uno dei principali obiettivi estetici, ricordando che solo uno dei muscoli che lo compongono andrà a formare la famosa “tartaruga” ovvero il retto dell’addome. Gli addominali infatti, oltre a quest’ultimo, si compongono anche di: trasverso dell’addome e obliqui. Bisogna sempre contestualizzate se ricerchiamo estetica (retto dell’addome) o salute articolare della schiena (obliquo esterno e trasverso dell’addome). In ogni caso è sufficiente dedicare qualche esercizio specifico coinvolgendo tutti i muscoli addominali e riuscire a mantenere tanto nell’alimentazione quanto nell’esercizio fisico equilibrio e costanza” come ci spiega Mauro.

Quando si allenano gli addominali, è più indicato un lavoro concentrato o è preferibile realizzare un allenamento "misto"?

Rispetto all’allenamento, l’addome viene attivato pressoché durante ogni esercizio fisico che si vada a svolgere e che dunque coinvolge tutto il corpo, come ad esempio un circuito misto. Ciò nonostante, non è sbagliato potenziarlo andando a eseguire almeno una volta a settimana un allenamento specifico. Le soluzioni in questo senso sono varie ed una di queste potrebbe essere quella di optare per un circuito dedicato a questa parte del corpo.

Trattandosi di un allenamento mirato alla definizione, quello che fa la differenza è la qualità di esecuzione. È preferibile eseguire gli esercizi più lentamente ma in maniera precisa, anziché di fretta e in maniera poco qualitativa.

Il circuito si può comporre di soli 3 o 4 esercizi da ripetere per 3 o 4 volte (a seconda anche della propria preparazione fisica), con brevi pause di 2 minuti tra un round e quello successivo.

Di seguito, alcuni esempi di esercizi da poter eseguire in un unico circuito:

KNEE TO CHEST

Disteso sul pavimento o sul tappetino con le braccia piegate dietro la schiena e gambe piegate alzate dal pavimento. Inspira e, espirando, porta le ginocchia verso il petto mentre ti avvicini anche col busto, poi torna indietro distendendo le gambe e piegandoti indietro sulle braccia.

LEG RAISE

Disteso a terra, alza le gambe tese a 90 gradi, tenendo le braccia lungo il corpo e la bassa schiena a contatto col tappetino. Se vuoi, puoi aprire leggermente le braccia in modo da facilitare l’esecuzione. Inspira e, espirando, porta le gambe in alto come se con i piedi volessi toccare il soffitto staccando anche leggermente la bassa schiena dal pavimento, tenendo la pancia in dentro e stando attento a non inarcare la schiena. Per eseguirlo in modo ottimale, questo esercizio va eseguito lentamente.

BICYCLE CRUNCH

In posizione supina, porta le dita sulle tempie, con i gomiti aperti, gambe piegate a 90 gradi. Inspira e stacca da terra le spalle stando attento a tenere tutta la schiena a contatto col tappetino. Espira e porta il ginocchio sinistro verso il gomito destro eseguendo una torsione del torace. Ripeti l’esercizio dall’altra parte e continua l’esecuzione alternando le gambe. Importante: tieni i gomiti sempre aperti e la zona lombare a terra.

SIT UP

Sdraiati a terra e piega le gambe con talloni vicino ai glutei. Porta le dita alle tempie, espirando, alza la schiena dritta portandola verso le gambe.

L’importante è sentire bene tutte le vertebre nella salita e nella discesa! Non devi mai rialzarti o sdraiarti con la schiena dritta.

ANKLE TOUCH

Sdraiati a terra e piega le gambe con talloni vicino ai glutei. Mani a terra lungo il corpo ed espirando esegui un’oscillazione del tronco andando a toccare con la mano la caviglia, alternando un lato all’altro.

Sulla base dell’intensità desiderata, ci sono due versioni di esecuzione degli esercizi: una light - che comprende brevi pause – ed una strong, dove i ritmi invece sono più serrati e i tempi di recupero più brevi:

VERSIONE LIGHT: 3/4 ROUNDS
  1. 15 reps knee to chest
  2. 15 reps Leg raise
  3. 60 sec rest
  4. 15 reps (per lato) Bicycle crunch
  5. 15 reps sit up
  6. 15 reps Ankle touch
  7. 90 sec rest
VERSIONE STRONG: 3 ROUNDS
  1. 60 sec Knee to chest
  2. 60 sec Leg raise
  3. 60 sec (per lato) Bicycle crunch
  4. 60 sec Sit up
  5. 60 sec Ankle touch
  6. 60 sec rest
Che impatto ha l’esercizio aerobico nel potenziamento degli addominali?

L’attività aerobica - intesa come un lavoro su una semplice macchina cardio, circuiti ad alta intensità, nuoto o corsa - attiva molti muscoli, tra cui l’addome, influendo più che altro in un consumo incrementale di calorie a fine giornata.

Gli esercizi cardio, in generale, non lavorano quindi su muscoli specifici ma aiutano sicuramente a consumare calorie per raggiungere il deficit calorico necessario a bruciare grassi e quindi ad evidenziare più rapidamente la definizione di un muscolo, compreso quello addominale. In conclusione quindi, l’attività aerobica ha sicuramente un impatto positivo sul lavoro addominale pur non essendo ciò che fa la differenza. Risulta fondamentale abbinarla ad una alimentazione corretta per apprezzare maggiormente i risultati.

Tra gli esercizi aerobici, quali sono più indicati per gli addominali?

Non c’è di fatto un esercizio aerobico più performante di un altro nell’ottenimento della pancia piatta. Quello che mi sento di sottolineare è più che altro la concezione stessa di attività aerobica, in generale. Si tende sempre ad associare a esercizio aerobico attività come corsa o bici ma in realtà il panorama delle attività aerobiche è ben più ampio e vario! Ad esempio, un circuito composto da una sequenza di esercizi a corpo libero eseguiti ad alte ripetizioni, alta velocità e con pochissime pause, può influire sulle capacità aerobiche tanto quanto una corsa a ritmo sostenuto. Per questo motivo, durante quello che può essere definito come un mio allenamento tipo, alcune clienti si ritrovano con il fiatone (iperventilazione) pur non avendo eseguito un classico allenamento aerobico.

Ci sono dei cibi più o meno indicati per definire gli addominali?

Non esistono regole auree valide per tutti. Ogni piano alimentare va infatti adattato alla persona secondo vari parametri: la forma fisica di partenza, il livello di allenamento ma anche lo stile di vita e le abitudini. Risulta controproducente forzare la natura di un soggetto – sia essa fisica o mentale – ponendolo in una condizione in cui non si sente a proprio agio. Risulta molto più indicato adattare un programma nel rispetto della persona e in un certo senso anche della sua indole.

La definizione muscolare, in generale, implica ad ogni modo che la percentuale di massa grassa si abbassi e per ottenere questo la differenza la fa, come anticipavo, il deficit calorico. In pratica, le calorie spese nella settimana devono essere di più di quelle introdotte con il cibo, dove l’attività fisica è un di cui di questo processo. Il tipo di alimento assunto ha sicuramente un impatto su performance, salute, invecchiamento, ma se si parla di basse percentuali di grasso e quindi muscoli in vista, è il deficit calorico il protagonista.

L’allenamento con i pesi può provocare quell’effetto di gonfiore muscolare addominale tanto odiato dalle donne?

Sono tante ad avere il timore che un po’ di sano allenamento con i pesi faccia perdere femminilità al corpo. Di fatto questo non è assolutamente vero. In primis per ragioni ormonali: la donna produce quantità di testosterone minime in confronto all’uomo e quindi lo sviluppo muscolare in termini di massa sarà minimo. In secondo luogo, sia nella donna sia nell’uomo l’aumento delle masse muscolari difficilmente avverrà se non supportato da un’alimentazione specifica che comprende un determinato aumento delle calorie.

Notiamo numerose atlete professioniste che si allenano in modo pesante in palestra e la loro femminilità non ne risente in alcun modo, anzi possiamo dire che ne trae beneficio, motivo per il quale sono molte a collaborare anche con brand di moda. Mi viene in mente Alica Schmidt, specialista degli 800mt e caratterizzata da un fisico tonico e slanciato, assolutamente femminile in tutte le sue forme. E se qualcuna per gusto personale può sembrare un po’ troppo ‘muscolosa’, è fondamentale considerare che l’allenamento e il regime alimentare a cui si sottopongono gli atleti professionisti non è certo quello di una persona comune che va in palestra 2-3 volte a settimana, ma è fatto spesso di doppie sedute giornaliere e diete assolutamente rigorose.

Allenarsi a digiuno fa dimagrire la zona addominale?

L'allenamento a digiuno sul momento fa bruciare grasso, soprattutto se di tipologia cardio. Il punto è che in ogni caso il corpo si auto regola e quindi durante il resto della giornata e durante attività a basso consumo energetico, l’organismo regolerà il proprio metabolismo consumando zuccheri anziché grassi, avendo consumato già grassi in precedenza.

Non è importante mangiare o non mangiare prima dell'allenamento, quello che conta è il bilancio energetico (quante calorie mangio) a lungo termine. Anzi, sarebbe addirittura meglio consumare gli zuccheri durante l'allenamento piuttosto che i grassi, perché lo stato metabolico migliora. È infatti il metabolismo degli zuccheri a governare quello dei grassi e dunque è il motore degli zuccheri che va maggiormente stimolato.



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Arte contemporanea. Viaggio in Italia con Christie’s. La prospettiva è allettante: mettiamo da parte la tavolozza con le tinte che più ci ossessionano in questo periodo (rossa, arancione e gialla) e proviamo a tracciare una nuova mappa delle regioni del Bel Paese. La casa d’aste Christie’s – che spesso guarda verso la nostra Penisola: è online anche una auction tutta dedicata ai gioielli dal titolo La dolce vita jewels, con vendita di preziosi appartenuti alla grande Franca Valeri– punta sull’arte del Novecento made in Italy.

Mapping Modern and Contemporary Art è la nuova asta online (dal 20 gennaio al 10 febbraio), un viaggio – regione per regione – tra i capolavori dell’arte moderna e contemporanea.

I nobil signori del Sei e Settecento partivano dal Nord Europa, dalla Germania, dall’Inghilterra per compiere in lunghi mesi il loro Grand Tour: si cominciava da Torino poi si passava per Milano poi a est fino a Venezia prima della lunga sosta a Firenze dove gli Uffizi erano di moda allora come oggi (a proposito: dopo 77 giorni di chiusura, il più noto e social museo italiano riapre questa settimana di nuovo le porte al pubblico) senza trascurare tappe intermedie nella dotta Bologna o a Parma. Da lì, il Grand Tour procedeva verso Roma e Napoli. E di Napoli sappiamo quel che scriveva Johann Wolfgang Goethe nel suo Viaggio in Italia (1813-1817): «Si dica o racconti o dipinga quel che si vuole, ma qui ogni attesa è superata».Il tour per i più audaci proseguiva poi in Sicilia e in Sardegna.

Sono passati oltre trecento anni da allora e Christie’s ha deciso, in un momento in cui viaggiare liberamente ci è precluso, di tessere un nuovo itinerario, un Grand Tour dell’arte italiana moderna selezionando in asta opere strettamente connesse alle principali regioni del nostro Paese.

Emilio Vedova, Dittico '89
Emilio Vedova, Dittico '89

Si comincia – ovviamente – dalla Serenissima: a Venezia nacque nel 1919 Emilio Vedova, gigante dell’astrattismo e del dinamismo grafico, così “turbolento” nelle grandi tele scure da mozzare il fiato come accade nel Dittico ‘89, dipinto nell’anno della caduta del muro di Berlino (base d’asta: 120mila euro).

Si scende verso sud, si passa il Rubicone e si arriva in Emilia, il “far west padano” fatto di strade dritte e di orizzonti piatti così amati da Luigi Ghirri, uno dei più grandi fotografi italiani del secolo scorso (1943-1992). La sua Modena, uno scatto del ‘73, ci parla della provincia nostrana e delle sue atmosfere sospese (stima: 4-6mila euro).

Luigi Ghirri, Modena
Luigi Ghirri, Modena

Dall’Emilia alla Toscana il balzo è breve ma cambia tutto: in questo Grand Tour dell’arte moderna è Alberto Magnelli (1888-1971), considerato da molti il primo vero pittore astratto italiano, a rappresentare Firenze con le sue forme geometriche (le vediamo in Pittura, un lavoro del ‘47, stima: 50-80mila euro).

Alberto Magnelli, Pittura
Alberto Magnelli, Pittura

Ci si sposta in Umbria e si avanza di un decennio appena: siamo alla fine degli anni Cinquanta e la pittura di Piero Dorazio (1927-2005) ha il sapore dell’espressionismo astratto e di un’Italia che è pronta per il boom economico che guarda all’America, come accade nel suo Senza Titolo dl ‘59 (stima: 7-10mila euro).

Piero Dorazio, Senza titolo
Piero Dorazio, Senza titolo

Voglia di visitare una mostra online? Ecco Kansinsky

Vasily Kandinsky Several Circles (Einige Kreise) January-February 1926 Oil on canvas55 1/4 x 55 3/8 inches (140.3 x 140.7 cm)Solomon R. Guggenheim Museum, New York Solomon R. Guggenheim Founding Collection, By gift� [current year] Artists Rights Society (ARS), New York/ADAGP, ParisPaintingBauhausPhoto taken 09/15/2020
Kandinsky: la grande mostra del Guggenheim è online 
In attesa di poterli vedere di persona, il museo di Bilbao ha realizzato un'esposizione virtuale dei quadri più famosi del pittore russo

È il rosso delle tele di Franco Angeli (Apertura a sinistra, datato 1960: tutto è politica) a portarci nel Lazio prima di prendere il traghetto per approdare in Sardegna dove ci attende l’arte pensosa e riflessiva della strabiliante Maria Lai (1919-2013), prima tra le artiste a recuperare l’antica tecnica della tessitura della sua isola e trasformarla in nuova opera d’arte, capace di mettere in connessione il passato e il presente. Dopo Maria Lai cucire non sarà più solo un esercizio utile e pratico, ma un modo di vedere e descrivere il mondo: in asta il suo Libro dei telai del ‘79 (stima 20-30mila euro). Un’altra isola, la Sicilia, e un’altra donna, ci accompagna al termine di questo Grand Tour: Carla Accardi (cui è attualmente dedicata una monografica al Museo del 900 di Milano che rimarrà aperta fino a giugno) mostra i colori accesi della sua terra nella composizione Rossoverde (è del ‘66 e la stima si aggira sui 35mila euro) e pare quasi di sentire il profumo intenso che ha, in ogni stagione, l’aria di Sicilia.

Franco Angeli, Apertura a sinistra
Franco Angeli, Apertura a sinistra
Maria Lai, Senza titolo
Maria Lai, Senza titolo
Carla Accardi, Rossoverde
Carla Accardi, Rossoverde


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Tra le ore passate a guardare The Crown in binge-watching e quelle trascorse a sfornare banana bread e altre prelibatezze, l’unica valvola di sfogo fashion che abbiamo ricevuto da quest’anno surreale ed estenuante ci è stata offerta dalle celebrità con le loro apparizioni sul red carpet e le loro scelte di stile. Da Zendaya in un abito Armani Privé realizzato su misura per lei per ritirare l’Emmy come Migliore Attrice Protagonista in Euphoria su HBO ai ben nove look sfoggiati da Lady Gaga agli MTV Video Music Awards dove ha vinto il primo premio Tricon: nel 2020, nonostante i lockdown, le celebs hanno dato il meglio di sé sfoderando outfit più giusti e audaci che mai.

Ma anche gli stilisti emergenti hanno fatto la loro parte permettendo alle star dello spettacolo (e non solo) di brillare ancora più luminose. Alcuni esempi? Christopher John Rogers è l’artefice di quell’abito da gran ballo in taffetà di seta verde cangiante indossato da Lady Gaga agli MTV VMA mentre Nensi Dojaka è la mente responsabile di quel body di rete trasparente avvistato su Bella Hadid, prima di diventare ‘virale’ su Instagram. Ma è stato anche l’anno della sostenibilità, basti pensare a Cate Blanchett al Festival di Venezia dove ha sfoggiato look riciclati con grande orgoglio.

Di seguito, Vogue ha compilato per voi una lista dei migliori look delle celebrità che hanno dominato nel 2020 (regalandoci un po’ di entusiasmo all’idea di tornare a vestirci - per uscire).

Image may contain: Stage, Dance Pose, Leisure Activities, Human, and PersonLady Gaga
Gli outfit di Lady Gaga agli MTV Music Video Awards 2020 erano arte pura. Per ritirare il premio per la Miglior Collaborazione per Rain on Me feat. Ariana Grande, la superstar ha indossato un capo policromo di Iris van Herpen con stivali vertiginosi di Pleasers e maschera avveniristica
Kevin Winter/MTV VMAs 2020Bella HadidBella Hadid
Bella Hadid è stata una delle prime a promuovere il revival targato 2020 del trend del ‘perizoma a vista’. Qui la modella lo sfoggia con un body a rete trasparente creato dall’alunna del Central Saint Martins, Nensi Dojaka
GothamStorm ReidStorm Reid
Mentre aspettiamo di vederla nel reboot di The Suicide Squad: Missione suicida del 2021, l’attrice Storm Reid fa parlare di sé sulla scena fashion. Per partecipare alla sfilate autunno inverno 2020 di Monot durante la Settimana della Moda di Parigi lo scorso febbraio, si è presentata con un total look di pelle di ispirazione biker
Jacopo RauleZoë Kravitz Zoë Kravitz
Pelle e vinile l’hanno fatta da padrone nel 2020. L’interpretazione dark e sensuale di Zoë Kravitz sul set di The Batman è sofisticata e ribelle allo stesso tempo.
MEGARihanna icona di stileRihanna
Rihanna si conferma icona di stile indiscussa in questo abito viola plissettato di Givenchy alla 51ma edizione degli NAACP Image Awards.
Robin L MarshallAnya Taylor-Joy in Miu MiuAnya Taylor-Joy
Anya Taylor-Joy, star rivelazione della fortunata serie di Netflix, La regina degli scacchi, è l’immagine del glamour in questo look Miu Miu alla Paris Fashion Week autunno inverno 2020.
Dominique CharriauCate BlanchettCate Blanchett
A settembre, durante la cerimonia di chiusura del 77mo Festival di Venezia, la Presidente della Giuria, Cate Blanchett, incanta il mondo intero con un abito di ispirazione pavone firmato Armani Privé. L’attrice ha perorato la causa della sostenibilità riproponendo look provenienti dal suo guardaroba e riciclando abiti già indossati in precedenti red carpet
Daniele VenturelliEmma CorrinEmma Corrin
Quest’anno la popolarità di The Crown è balzata alla stelle soprattutto grazie alla performance di Emma Corrin nella parte della Principessa Diana. Qui l’attrice 25enne sfoggia un capo Miu Miu al Festival di Venezia lo scorso settembre
Franco OrigliaAlexandria Ocasio-CortezAlexandria Ocasio-Cortez
Alexandria Ocasio-Cortez, membro del Congresso statunitense e originaria di New York, ha uno stile che ben si accorda alla forza del suo messaggio. Il suo approccio sfaccettato alla moda e alla politica (di cui dà prova sulla copertina di dicembre di Vanity fair) ha ispirato molti giovani a combattere per i propri ideali
Drew AngererNancy PelosiNancy Pelosi
Quest’anno, Nancy Pelosi, Speaker della Camera della Rappresentanti ci ha dato una lezione sul concetto di power dressing. Abbinando colori primari a diverse tonalità pastello, i suoi tailleur giacca e pantalone rappresentano la sua continua lotta per la giustizia
Tasos KatopodisNicola PeltzNicola Peltz
Lo stile off duty dell’attrice Nicola Peltz include alcuni dei nostri trend preferiti del 2020. Vedi: stivali con suola a carrarmato, cappotto di pelle e occhiali da sole dalla montatura mini.
Marc PiaseckiLila Grace Moss Lila Grace Moss
Figlia della supermodel Kate, Lila Grace Moss ha fatto il suo debutto in passerella sfilando per collezione primavera estate 2021 di Miu Miu lo scorso ottobre durante la Fashion Week di Parigi. Da allora, questo astro nascente della moda ci ha regalato tante ispirazioni anni 90, leggi Dr. Martens, chiodo e abiti a sottoveste
Ricky VigilTracee Ellis RossTracee Ellis Ross
Vincitrice del Fashion Icon Award ai People’s Choice Awards del 2020, l’attrice Tracee Ellis Ross ha sottolineato l’importanza della moda come forma di espressione
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Fashion icon nonché autentica forza della natura, Naomi Campbell continua ad essere un modello di riferimento grazie alla sua sicurezza di sé e al talento. Qui la vediamo con un look che rende omaggio alla sartorialità mentre partecipa come ospite alla sfilata autunno inverno 2020 di Marc Jacobs
Dimitrios KambourisGigi HadidGigi Hadid
Amiamo tutti Gigi! Qui la modella dà prova delle sue credenziali di stile mentre lascia la sfilata autunno inverno 2020 di Miu Miu durante la Paris Fashion Week con un total look a scacchi
Claudio LaveniaJeanne Damas in Louis VuittonJeanne Damas
Modella, attrice e fondatrice della label di culto Rouje, Jeanne Damas arriva ad una cena di gala con un ensemble total black firmato Louis Vuitton. Della serie, quando si dice essere chic!
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Lo stile della fotografa originaria del Bronx, Renell Medrano, è cool, pacato e raccolto. Qui, dimostra che il nero è sempre la scelta più moderna (specialmente se abbinato alle Tabi di Margiela)
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C’è stato un momento di meraviglia collettiva quando, a marzo, la Duchessa del Sussex ha sfoggiato questo splendido abito verde di Emilia Wickstead con mini borsetta di Gabriela Hearst
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La classe e l’eleganza della Duchessa di Cambridge sono messe in risalto da questo cappotto rosso di Alexander McQueen con sciarpa scozzese per una visita al Castello di Cardiff, nel Galles
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La cool-girl per eccellenza, Hailey Bieber mixa moda e stile personale scegliendo capi divertenti e moderni come questo cappotto giallo Bottega Veneta da abbinare a jeans e crop top
GothamChloë SevignyChloë Sevigny
Il 2020 ha segnato il ritorno degli stivali da cowboy. L’attrice e modella Chloë Sevigny li sceglie anche per una passeggiata in città e completa il look con borsa Miu Miu e un delizioso abito a righe
MEGADua LipaDua Lipa
La carriera musicale di Dua Lipa ha raggiunto vette stratosferiche nel 2020 e il suo stile non è stato da meno. Qui ci riporta agli anni 90 grazie all’abbinamento di pantaloni baggy, un top con cut-out e trainer Prada dalla suola massiccia
GothamZendayaZendaya
Per la storica vincita agli Emmy come Miglior Attrice Protagonista in una Serie Drammatica, Euphoria su HBO, l’attrice ha indossato un abito Armani Privé realizzato su misura e composto da gonna nera con pois rosa e top a fascia con ricami preziosi di cristalli
Frank OckenfelsKamala HarrisKamala Harris
Kamala Harris ha fatto la storia diventando la prima Vice Presidente nera e con origini asiatiche degli Stati Uniti. I suoi tailleur ad alto impatto in toni altrettanto audaci non fanno altro che rafforzare il suo messaggio e i suoi valori
JIM WATSONKaia GerberKaia Gerber
La beniamina della passerelle, Kaia Gerber, ci riporta al glamour old school del passato con un blazer blu Miu Miu durante la Settimana della Moda di Parigi
Christian VierigJanelle Monáe, Lizzo e RihannaLizzo
Lizzo è semplicemente meravigliosa in questo abito policromo di Mary Katrantzou accessoriato con clutch preziosa e gioielli per il red carpet della 51ma edizione degli NAACP Image Awards in California
Paras GriffinMiley CyrusMiley Cyrus
Miley Cyrus ha letteralemente ‘acceso’ il palco degli MTV Video Music Awards con questo abito trasparente di Mugler con tanto di paillette e guanti in coordinato. Il mullet color platino è la perfetta ciliegina sulla torta
Vijat Mohindra/MTV VMAs 2020Celine Dion in Peter DoCéline Dion
Chi non ama il rosa? Domanda retorica ovviamente. Di sicuro lo è per Celine Dion che rallegra questa giornata grigia con un brillante outfit rosa della collezione autunno inverno 2020 di Peter Do. La cantante, 52 anni, completa il look con varie sfumature di rosa e una cintura slim color argento
James Devaney


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Ex giocatore di basket e modello molto richiesto negli anni ‘90, Vladimir McCrary è uno delle quattro cover del numero di febbraio de L’Uomo. Di recente è tornato in passerella per Marine Serre, mentre in passato ha sfilato per Jean Paul Gaultier, Thierry Mugler e Versace. 

Former basketball player and 1990s model star Vladimir McCrary is among the protagonists of L’UOMO’s The Generations Issue. Born in Texas, McCrary, recently returned to the catwalk for the French designer Marine Serre, is known for his work with Jean Paul Gaultier, Thierry Mugler and Versace. 

CREDITS Vladimir McCrary wearing Canali. Photograph by Julien Martinez Leclerc.  Styling by Charlotte Collet.

L'Uomo è in edicola dal 22 gennaio On newsstands January 22nd


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In Giappone sta spopolando il Chiborg, tecnica di trucco cinese che punta su colori accesi e linee marcate. Si tratta di uno stile molto diverso da quello tradizionale giapponese, dove le donne sono abituate a make up molto più leggeri. Il termine Chiborg rimanda proprio all'idea di ricreare una bellezza talmente perfetta da sembrare artificiale, come quella di un cyborg.Continua a leggere

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Bridgerton è di sicuro una delle serie culto del 2021 e lo è, anche e soprattutto, per l'alchimia e il carisma dei suoi personaggi Regé-Jean Page e Phoebe Dynevor. Una coppia che, sullo schermo, fa faville grazie a una chimica perfetta. Tanto perfetta. Troppo perfetta.

Bridgerton, moda e significato (nascosto) dei gioielli
Raffinati nastri, eleganti perle e pietre colorate: cosa ci dicono i gioielli indossati dai protagonisti di Bridgerton?

Ed è, forse, proprio per via del perfetto l'affiatamento dimostrato dai due attori che ha iniziato a serpeggiare nella rete e sulle pagine dei tabloid il rumor di un love affair tra Simon e Daphne fuori dal set.

Nicola Coughlan e Golda Rosheuvel in Edward Mendoza
serie iconiche
Bridgerton visto dai giovani creativi del British Fashion Council
Tre designer scelti dal BFC hanno firmato degli abiti ispirati alla celebre serie Netflix di cui tutti parlano

Vero? Falso? A mettere fine alle voci (o forse no) la stessa Phoebe Dynevor che ha rilasciato un'intervista sibillina in cui ha ammesso che con il collega e co-protagonista sono rimasti in contatto dopo la fine delle riprese e che sono "molto amici" ma, al contempo, che non escono insieme.

Bridgerton, i look più belli della protagonista Daphne
evento Aterlier Swarovski, 2020Phoebe Dynevor in Needle & Thread
evento Aterlier Swarovski, 2020
Phoebe Dynevor in Alexandre VauthierBarcroft MediaPhoebe Dynevor in Tory BurchDavid M. BenettPresentazione di Phoebe Dynevor 
Presentazione di "Snatch"
Vincent SandovalBAFTA, 2018Phoebe Dynevor
BAFTA, 2018
Matt Winkelmeyer/BAFTA LAPreview di “Frida Kahlo: Making Her Self Up”, V&A Museum, 2018Phoebe Dynevor in XU ZHI
Preview di “Frida Kahlo: Making Her Self Up”, V&A Museum, 2018
David M. Benettpremiere di “Snatch”Phoebe Dynevor
premiere di “Snatch”
Tim Ireland - PA ImagesGala performance di Phoebe Dynevor
Gala performance di "The Jungle", 2018
David M. BenettPremiere di Phoebe Dynevor
Premiere di "Snatch", 2017
Jason LaVerisThe Dayrooms Launch Party, 2016Phoebe Dynevor
The Dayrooms Launch Party, 2016
Darren Gerrish

Un'amicizia che, come ha rivelato l'attrice, è nata e cresciuta durante le innumerevoli prove per la serie televisiva che, grazie al suo successo, vedrà di sicuro nuove e ulteriori stagioni. E chissà che, con le prove, non fioriscano anche le rose. 



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La pandemia ha aggravato una crisi che Arcadia cercava di fronteggiare già da un paio d'anni. Il gruppo, proprietario di noti marchi di abbigliamento come Topshop e Topman, ha deciso di chiudere definitivamente altri 31 negozi, che non riapriranno nemmeno a emergenza sanitaria finita. Questo significa anche il taglio di circa 700 posti di lavoro.Continua a leggere

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Secondo Chanel i leggings si portano con la gonna: una guida su come indossare questa tendenza moda nel 2021 per avere un outfit casual (chic)

Non sono trascorsi nemmeno due decenni che la moda di Virgine Viard per Chanel ci ripropone un outfit che tutte noi, in un modo nell'altro, abbiamo già provato: indossare i leggings con la gonna. La dichiarazione è chiara e non sfugge proprio a nessuno, basta vedere il look d'apertura della collezione Métiers d'Art 2021: una meravigliosa Vittoria Ceretti con indosso un completo rosa confetto (giacca sciancrata più minigonna) e un paio di leggings grigi. Per questo abbiamo deciso di parlare di questa tendenza, di come indossarla, perché siamo sicuri che troverà terreno fertile per la sua facilità di replica. 

Chanel
Chanel

Amati, strattonati e interpretati, i leggings sono entrati nella nostra quotidianità ormai da lungo tempo: prima come indumento per il tempo libero poi come simbolo del loungewear sportivo. Complice la situazione che stiamo vivendo, dove il guardaroba è ridotto a una capsule di capi e accessori basic, casual e chic. La stilista di Chanel ha esaminato una questione piuttosto calda, cioè come indossare i fatidici leggings senza sembrare sciatta o disordinata, e così ha fornito il suo punto di vista: indossarli con la gonna, corta o lunga che sia. 

Ecco sei lezioni di stile che abbiamo imparato:

  • Evitare la macchia di colore nero: i leggings devono essere in tinta con il resto del look, per questo motivo in passerella troviamo un'ampia palette cromatica.
  • Il colore dei leggings si può scegliere in pendant con le scarpe, osando con colori audaci come il blu elettrico.
  • Il coordinato è sempre una buona idea: i leggings sdrammatizzano il rigore di un tailleur in tweed.
  • Non solo con le minigonne: si può con modelli a matita e spacco centrale o lunghezze midi, anche dal taglio a ruota.
  • Segnare il punto vita con una cintura per slanciare la figura.
  • Per la sera si possono indossare i leggings con un abito asimmetrico dotato di un leggero strascico.

Ecco 4 abbinamenti primavera estate 2021 da copiare:

Jimmy Choo, Reebok X Victoria Beckham, Halpern
Jimmy Choo, Reebok X Victoria Beckham, Halpern
Loewe, Live The Process, Alexander McQueen
Loewe, Live The Process, Alexander McQueen
Mansur Gavriel, The Upside, Dolce & Gabbana
Mansur Gavriel, The Upside, Dolce & Gabbana
Nodaleto, Cordova, Balenciaga
Nodaleto, Cordova, Balenciaga


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Il rapporto tra padri e figli "d'arte" non deve essere semplice: il paragone costante, la piccola ma presente competizione e magari anche la difficoltà di slegarsi da un cognome il cui peso rende difficile prendere il volo. Se poi il padre fa di cognome Washington e di nome Denzel, allora il peso può sembrare quasi insostenibile.

Denzel WashingtonCelebrities At The Los Angeles Lakers Game
Denzel Washington
Allen Berezovsky

E così può capitare che una frase riportata possa rivelare molto di più di quello che qualcuno potrebbe aspettarsi. È capitato davanti ai microfoni di Access Hollywood durante un'intervista per la promozione dell'ultimo film di Denzel, The Little Things: a un certo punto, la corrispondente, ha rivelato all'attore il commento fatto dal figlio John David alla notizia che il New York Times lo aveva nominato il miglior attore del 21esimo secolo.

John David Washingtonimmagini del film Tenet (2020).
John David Washington
Supplied by LMK / IPA

A quegli stessi microfoni, infatti, John David aveva detto: "Era ora che ricevesse quel riconoscimento. Credo sia uno dei migliori in assoluto quindi tutta la nostra famiglia è stata orgogliosa di questo riconoscimento". "Sono senza parole" ha detto Denzel di fronte ai complimenti del figlio rimanendo profondamente commosso. "Non avevo idea avesse detto una cosa simile". Perché anche i papà, a volte, hanno bisogno di sentire i complimenti dei loro figli. 



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“I miei genitori hanno sempre incoraggiato i miei interessi, anche se i miei interessi per la maggior parte li inorridivano. Non erano grandi fan dell'arte contemporanea". A differenza di altri leoni del cinema e dell'arte, la rilevanza di John Waters non si è mai veramente fermata. Mentre si prende una pausa dalla stesura del suo nono libro mentre è in quarantena, nel nuovo numero de L'Uomo parla di come ci si sente a essere un papà fantastico - non un papà normale - per un'intera nuova generazione di ribelli pop. Approfondisce anche la sua relazione con suo padre, con cui condivide il  nome, e le ridicole disavventure che derivano dalla crescita di suo "figlio" Bill, una bambola di vinile molto realistica che ricorda un neonato e che siede su uno scaffale nel suo soggiorno.

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John Waters in Gucci photographed by EthanJamesGreen and styled by Brian Molloy on the cover of L'Uomo, The Generations Issue.

“My parents always encouraged my interests, even if my interests horrified them, which they mostly did. They were no big fans of contemporary art, but they took me to the museum and let me look and I liked it.” Unlike other film-and-art lions, Waters’s relevancy has remarkably never really stalled. Taking a break from writing his ninth book while quarantining, in the new issue of L’UOMO, he discusses what it feels like to be a cool dad, not a regular dad, for a whole new generation of pop rebels. He also delves into his relationship with his own father, with which he shares a name, and the ridiculous misadventures that come with raising his “son”, Bill - a lifelike vinyl doll resembling a newborn that resides on a shelf in his living room.

CREDITS John Waters wearing Gucci.  Photograph by Ethan James Green. Styling by Brian Molloy.

One-of-a-kind hand-painted leather coat, Marni. Turtleneck, The Row. Virgin wool trousers, Emporio Armani.
One-of-a-kind hand-painted leather coat, Marni. Turtleneck, The Row. Virgin wool trousers, Emporio Armani.
Interview with John Waters by Alex Hagwood

Whether it’s the recent announcement that his name will one day be emblazoned on the walls of the restrooms at the Baltimore Museum of Art (which will also become gender-neutral and be known officially as The John Waters Restrooms after he dies, as per his request) or appearing as the face of Saint Laurent’s Autumn 2020 menswear campaign, his genre-defying artistic practice continues to persuade new generations to fly their filth flag high. Not bad for a 74-year-old auteur whose scrapbooks, costumes and other memorabilia were inducted into the television-and-film history archives at Wesleyan University all the way back in 1989. More than anything, the method to his restless madness is that he is always way ahead of the curve, perhaps too far. That Waters’s undesirables sit in the Wesleyan alongside storied collections from the likes of Clint Eastwood and Ingrid Bergman somehow manages to feel even more joyously perverse today, knowing the full arch of his topsy-turvy career, than during the initial pearl-clutching prompted by the donation’s first announcement three decades ago.

Unlike other film-and-art lions, Waters’s relevancy has remarkably never really stalled. RuPaul’s Drag Race still regularly pays homage to his oeuvre. Miley Cyrus and Dua Lipa used a scene of the drag legend Divine from his seminal 1974 film Female Trouble in their music-video duet. And just last year, his eighth and most recent book, Mr. Know-It-All: The Tarnished Wisdom of a Filth Elder, was nominated for spoken-word album of the year. (He lost to Michelle Obama.) “Somehow I became respectable,” he declares in the book’s very first sentence. Only a few pages later, thank God, he’s back to spitting hot takes on air travel (“Why is everybody ugly in first class?”), extremist anilingus (don’t ask), paintings made by chimpanzees (one of which is included in his donation to BMA), and the pleasures of dropping acid as a septuagenarian (which he chronicles in the last chapter of his book). Filth, he seems to assure his readers, only gets better with age.

Taking a break from writing his ninth book while quarantining in his Provincetown home, Waters discussed what it feels like to be a cool dad, not a regular dad, for a whole new generation of pop rebels. He also delved into his relationship with his own father, with which he shares a name, and the ridiculous misadventures that come with raising his “son”, Bill – a creepy, lifelike vinyl doll resembling a newborn that resides on a shelf in his living room.

You recently donated your entire contemporary art collection to your hometown museum, the Baltimore Museum of Art (BMA). The gift will include 375 works by more than 125 artists, including pieces by Cy Twombly, Cindy Sherman, Andy Warhol and, of course, yourself. Yes, but they don’t get it until I’m dead. So I won’t have to live with bare walls, thankfully.

This is something of a full-circle moment, considering you first started visiting the museum back in the 1950s when your parents would bring you there as a boy. My parents always encouraged my interests, even if my interests horrified them, which they mostly did. They were no big fans of contemporary art, but they took me to the museum and let me look and I liked it.

Is it true that during that time you bought a two-dollar Joan Miró poster at BMA’s gift shop? When I bought that Miró print and took it home, that’s when I started to become a collector. My father used to say, “You bought that?” Listen, I never talk about what things are worth or what pieces went at auctions. I’ve only sold one piece ever. I donated everything else to the museum, which is what good collectors should do. But my dad was the only person that I would say, “Oh yeah, look what it just went for 20 years later!” He would shake his head and tell me, “They saw you coming, boy.” He said that about clothes, too – especially some of my Comme des Garçons. He would say, “You bought that?” And I would say, “Yes, dad!” And he would say, “Well, I guess they saw you coming, didn’t they?” And the answer is: yes, they did see me coming! In fact, they sent me clothes! [laughs]

I’m sure you shocked your father in other ways, too. My parents were most shocked by my movies, of course. But that was because no one said they were any good. That and I got arrested for making them. It was in the newspapers: horrible reviews, getting busted and everything for censorship. The movies were probably the hardest for them. The art I made didn’t come until way later. And when I had my own art shows, I did a piece called 12 Assholes and a Dirty Foot. I remember I gave my parents an art book that had the piece in it. I put a little tape over that piece and told them, “So, just don’t even look at this.” They didn’t say anything, and so I said, “Did you like the book?” They were silent and then all of a sudden my father yelled, “Why would you do something like that?”

Did that scare your father from attending any of your art shows? At a retrospective a long time ago, that piece was there. My parents kept trying to not go anywhere near it because every photographer wanted to get that shot of them in front of 12 Assholes. So we’re at the event and somebody comes over and says to me, “Your father is in an ambulance!” It turns out my father had some kind of seizure – not because of the piece, I should add – but he was taken away in an ambulance. I mean, he was later in life, but I remember thinking to myself, “Oh my God, I hope he didn’t have a seizure in front of that piece!”

Did you get a sense that they were proud of your prolific creative output as a whole? My parents learnt. They were definitely proud of me. My father had the same name. I’m John Waters, Jr, which I don’t use. Here’s the thing: never name your son the same name as you unless you’re ready for any career that they might have. [laughs] I keep my phone number unlisted, so he used to get my obscene phone calls at all hours of the night. But they definitely – let’s just say they always let me do my bedroom the way I wanted to do it growing up. I could hang up weird art. I could hang up anything, really. You know, they always let me have my own environment. Of course, we fought about clothes constantly. I mean, that’s why I never could wear a Halloween outfit. Because every night when I left as a teenager, my father would say to me, “But it’s not Halloween, you know! Are you going out wearing that?” What he didn’t realise is that, yes, every night is Halloween when you’re on LSD. But they learnt, certainly. They put up with a lot. They adapted to things. But, you know, there was nothing in the Dr. Spock parenting book to tell them what to do.

(Continues)

Read the full interview by Alex Hawgood in the February issue of L'Uomo, on newsstands from January 22nd


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